“Ci sono prigioni con barriere, ma ce ne sono di più raffinate da cui è difficile fuggire, perché non si ha la consapevolezza di essere prigionieri”. Henri Laborit

Attualmente si assiste ad una progressiva fragilità del legame di coppia, aumentano a ritmo esponenziale separazioni e divorzi con la conseguente crescita dei “figli del divorzio”. Sempre più difficile e meno scontato appare il rimanere uniti in quanto la famiglia è attualmente aggredita su più fronti, non offre un assetto stabile, “per tutta la vita”, ma è in continua trasformazione, costretta a ridefinire velocemente gli spazi, i confini, le esigenze. Quasi impossibile è adagiarsi a lungo sull’equilibrio acquisito: la nascita di un nuovo bambino non atteso, il trasferimento per lavoro, la perdita del lavoro, un lutto, la stessa adolescenza del figlio che trova impreparati e impotenti i genitori; sono tutti fattori che impongono una continua rivisitazione dell’assetto familiare.

L’etimologia della parola panico (panikòs) deriva dal Dio greco Pan, divinità dall’aspetto orrendo e terrificante, il corpo caprino con la coda e la testa umana con le corna; tanto orribile che la madre non lo vuole neppure allattare! 

Questa immagine terrificante di Pan evoca ciò che un attacco di panico suscita quando questo sintomo  si presenta inaspettato come un fulmine a ciel sereno.

L’attacco di panico rientra nei disturbi d’ansia ed è fra i disturbi “ingiustamente” più temuti tra i giovani tra i 16 e i 35 anni. Ingiustamente perché, riuscendo a superare il disagio fisico e psicologico che esso produce, l’attacco di panico rappresenta una significativa possibilità di rivisitare il proprio vissuto per trovare nuove chiavi di interpretazione a ciò che si crede procuri sofferenza.

L’esordio, come il suo successivo ripresentarsi, è spesso repentino, improvviso, aggressivo. Raggiunge rapidamente il culmine e dura da pochi secondi fino ad un massimo di 15/20 minuti, lasciando infine il soggetto in uno stato di profonda prostrazione e spossatezza mentale. 

L’attacco di panico è generato da un’eccessiva risposta del corpo alla sensazione di paura. L’adrenalina viene prodotta in eccesso rispetto ad una normale condizione del corpo in movimento e ciò sta all’origine dell’insorgenza del sintomo che è fonte di sofferenza profonda fisica e psichica per il soggetto. 

L’etimologia della parola ansia deriva dal latino, anxia. La radice della parola rimanda all’idea del soffocamento, sensazione preponderante che la persona avverte quando si sente pervasa dallo stato ansioso.
L’ansia si presenta come risposta psicobiologica alla percezione interna di un pericolo. L’ansia è simile alla paura e può essere con questa confusa. Bisogna però sottolineare che la paura ha una matrice essenzialmente più “reale”, riferendosi ad un evento o situazione futura che il soggetto avverte come incombente (terremoto in una zona sismica in cui si è recentemente verificato). Nello stato d’ansia sono le immagini o i pensieri di un pericolo incombente, ma non necessariamente reale o già avvenuto che alimentano il disturbo. Essendo i pensieri e le immagini stesse che partoriscono il disturbo è comprensibile spingersi nell’ipotesi che, controllando tali immagini e pensieri, si possa contenere e decisamente limitare il disagio che l’ansia procura. Non è scontato ribadire che la nostra mente si attiva per processi circolari per cui lo stato d’animo, il pensiero, il comportamento e la successiva somatizzazione sono e rimangono comunque in stretta connessione per cui, agendo su uno di questi fattori anche gli altri si trasformano, creando un sistema cognitivo nuovo. L’ansia si presenta come una delle tipologie di espressione più comuni di un disagio psicologico. Molto frequentemente accade che essa esprima conflitti intrapsichici attraverso disturbi somatici, cioè sintomi fisici che rivestono una carica fortemente emotiva: mal di testa, mal di stomaco, disturbi gastrointestinali. In questi casi il malessere fisico avvertito è la diretta espressione di un disagio interiore che il soggetto non riesce ad elaborare altrimenti, perché non ne è a conoscenza coscientemente. Il sintomo in tal caso “agisce” per lui , in lui, nonostante lui! In questa specifica accezione mi sento di affermare che il sintomo d’ansia è “amico” della persona, un campanello d’allarme, un’opportunità seria per rivisitare il proprio vissuto interiore. Per crescere. Se l’ansia è contenuta entro una certa soglia (soggettiva di tollerabilità per quanto riguarda la qualità della vita) essa racchiude in sé una valenza positiva e anche vitale, ottimizza le prestazioni, generando interesse e impegno costante. La percezione dell’ansia mette in moto i sistemi di “allerta” preposti al riconoscimento di un possibile pericolo, mettendo quindi in grado la persona di valutare se evitarlo o affrontarlo nel migliore dei modi. Anche in questo caso l’ansia è “amica” perché funge da barriera protettiva assumendo una valenza significativa di funzione adattiva alla circostanza vissuta dal soggetto e che ha generato il disagio psicologico. Se però lo stato d’ansia oltrepassa una ragionevole soglia di sopportazione per il soggetto, ecco che il sintomo può verosimilmente compromettere la funzionalità del suo pensiero cognitivo. Egli coglierà in modo persistente come pericolose situazioni che invece non lo sono realmente. La differenza essenziale tra lo stato d’ansia “sotto- e sopra-soglia” consiste essenzialmente nel grado di gravità e persistenza del sintomo.