La disciplina dello Yoga è estremamente antica; nasce infatti in India circa 5000 anni fa e le fonti originarie di questa pratica si riscontrano nella antica filosofia vedica che rappresenta un pilastro di millenarie tradizioni fra le quali l’induismo, il buddismo, il tantra.

Svolgendo da molti anni la professione di psicologa psicoterapeuta ho potuto constatare, soprattutto negli ultimi cinque anni, una continua e crescente richiesta di un percorso di psicoterapia individuale o anche di coppia da parte di giovani ragazzi e ragazze, a partire dai diciassette anni.

 Quali atteggiamenti mentali disfunzionali possono, in alcuni casi, prevalere quando la coppia con figli giunge alla separazione.

Desidero dedicare questo articolo agli studi sulla schizofrenia di Silvano Arieti, neuropsichiatra, uno dei massimi studiosi del secolo scorso in questo ambito.

La formazione analitica di H. S. Sullivan fu condizionata dalla storia stessa della psicologia americana, a partire da W. James, fino al filone della psicologia sociale; C.H. Cooley, G. H. Mead e la scuola psichiatrica di A. Meyer, padre della psicobiologia americana.

A causa delle reticenze dell’ambiente psichiatrico francese la psicoanalisi cominciò ad affermarsi in questo paese solo dopo la seconda guerra mondiale. S. Nacht, in particolare, si interessò alla psicodinamica delle psicosi. 

L’organizzazione mondiale della sanità (Oms) dichiara che a causa dell’alcol muoiono nel mondo, ogni anno, circa due milioni e mezzo di persone. La prima causa di morte fra i giovani è causata dall’alcol. L’etanolo è una sostanza di abuso diffusissima poiché è presente nel vino, nella birra, nei superalcolici.

Freud non ebbe rapporti terapeutici diretti con soggetti psicotici, perché fondamentalmente riteneva che la loro incapacità di sviluppare un Transfert verso il terapeuta rendesse alquanto problematica l’applicazione della tecnica psicoanalitica e che fossero necessarie modifiche della stessa.

A proposito della fame nervosa

“Non muovere mai l'anima senza il corpo, né il corpo senza l'anima, affinché difendendosi l'uno con l'altra, queste due parti mantengano il loro equilibrio e la loro salute.” Platone

Quale metacomunicazione  da un punto di vista psicologico

All'interno dell'utero materno l'embrione e successivamente il feto  si formano, si sviluppano e crescono all'inizio in perfetta simbiosi con la madre eppure gradualmente distinguendosi da lei.

I ritmi  della  vita quotidiana, nel lavoro come a casa, sono spesso estremamente frenetici. Si vive nel timore di non fare mai abbastanza; raggiunto un obiettivo se ne presentano altri e altri ancora da realizzare; si pensa e si rimugina su cosa o in quale altro modo avremmo dovuto fare e non ne abbiamo avuto il tempo oppure è mancata la volontà; non è raro che spesso si perda il filo conduttore da cui siamo partiti. In tali circostanze siamo disconnessi dalla realtà del presente che stiamo vivendo.

Per descrivere la rabbia e soprattutto il condizionamento che essa esercita sul comportamento e sull'umore di una persona ecco una storia zen tratta dall' “Intelligenza emotiva” di D. Goleman:

“In un'antica leggenda giapponese si narra di un samurai bellicoso che un giorno sfidò un maestro Zen chiedendogli di spiegare i concetti di paradiso e inferno. Il monaco, però, replicò con disprezzo: “Non sei che un rozzo villano; non posso perdere il mio tempo con gente come te!”. Sentendosi attaccato nel suo stesso onore, il samurai si infuriò e sguainata la spada gridò: “Potrei ucciderti per la tua impertinenza”.
“Ecco” replicò con calma il monaco “questo è l'inferno”.

Sempre più frequentemente negli ultimi anni mi è capitato di prendere in analisi pazienti che vivevano in uno stato di profonda prostrazione e di forte sofferenza perché accusavano da diverso tempo i sintomi tipici dei disturbi del sonno e  avendo fatto, nel corso degli anni, vari tentativi, spesso senza alcun risultato, di risolvere il problema, subivano adesso quella loro condizione con senso di impotenza e ansia. 

Passando casualmente da una bancherella del mercato sono rimasta colpita da un pigiamino bianco su cui in nero era stampato:
“Love me forever or never”.

Quando una coppia unita dal vincolo coniugale o comunque da una convivenza di fatto decide di separarsi, è facile, oltre che auspicabile, che si rivolga ad uno specialista per un breve percorso di mediazione familiare, soprattutto se ci sono minori all'interno della famiglia.

Per affrontare ogni tipo problema, complesso o semplice che sia, è necessario avere la capacità di comprenderlo. Per quanto riguarda l'insorgere dell'ansia è essenziale capirne i meccanismi, il funzionamento e l'accezione positiva che essa esprime al di sotto di una certa soglia di tollerabilità.

Un uomo e una donna che decidono di sposarsi sono in genere mossi da un profondo coinvolgimento affettivo, da una forte attrazione fisica e soprattutto da un obiettivo comune: condividere la vita “nel bene e nel male, finché morte non li separi; di aiutarsi vicendevolmente a sviluppare le proprie potenzialità e risorse grazie anche alla cura e alla dedizione del coniuge.

Il compito del volontario in ambito psicologico, in un consultorio o in un punto di ascolto, è molto impegnativo e molto più complesso di quello che superficialmente si possa supporre. 

Nel corso degli ultimi dieci anni ho incontrato molti genitori in ansia perché i loro figli adolescenti trascorrevano troppo tempo davanti al computer; si sentono impotenti, temono che il figlio ne risenta fisicamente e psicologicamente, che si isoli dal mondo reale, trascuri la scuola, gli interessi, la relazione in famiglia.

Come e quanto  il Coronavirus può condizionare la vita di coppia e familiare  da un punto di vista emotivo.

Non è raro che si accusino i figli di essere “bamboccioni”, cioè incapaci di comportarsi da adulti nei confronti della vita e delle loro responsabilità, di cercare la loro indipendenza e autonomia dai genitori.

"...l'innocente sonno. Il sonno che ricompone le trame ingarbugliate dell'affanno, la morte di ogni giorno di vita, il bagno della dolorosa fatica, il balsamo delle menti dolenti, la seconda portata della grande natura, primo nutrimento nel banchetto della vita..."
Macbeth, atto II W.Shakespeare

Il verbo comunicare deriva dal latino “communicare”, cioè mettere in comune: cum (insieme) munus (compito, lavoro).

L'etimologia della parola stessa ci orienta verso il significato profondo di questo atto, cioè condividere con qualcuno un'informazione, un messaggio, ma anche uno stato d'animo. 

In linea di massima possiamo asserire che la caratteristica essenziale di una psicoterapia breve, oltre ovviamente alla limitazione temporale, è rappresentata anche e soprattutto dalla specifica indicazione clinica.

Nel lontano 1913 lo psicologo statunitense John Broadus Watson (1878-1958) pubblicò un articolo che lo rese famoso, dal titolo La psicologia considerata dal punto di vista comportamentistico e contemporaneamente fondò una nuova scuola psicologica, denominata comportamentismo.  Watson a ragione è ritenuto il padre del comportamentismo.

Trattando il tema della violenza sulla donna affiora quasi automaticamente l’immagine di un uomo rozzo, forte, violento contrapposto ad una donna inerme, debole, forse ingenua, che si è fidata di lui: l’uno carnefice, l’altra vittima.

La psicoterapia offre una possibile chiave di lettura e di interpretazione del disagio e della sofferenza di una persona in una determinata fase della sua vita. Favorisce un processo di consapevolezza attraverso la relazione analitica basata sull’accoglienza, l’ascolto, la competenza professionale dello psicoterapeuta da una parte e dall’altra sulla disponibilità del paziente a nutrire un rapporto di fiducia verso il professionista scelto e ad investire le energie necessarie per intraprendere il percorso. 

Riflessioni sul contributo della psicoterapia cognitivo comportamentale nello studio del pensiero.

Nella psicoterapia cognitiva assume un ruolo di primo piano lo studio del pensiero: dell'identificazione in prima analisi e della possibile trasformazione del pensiero dell'individuo come seconda opportunità.

“Ci sono prigioni con barriere, ma ce ne sono di più raffinate da cui è difficile fuggire, perché non si ha la consapevolezza di essere prigionieri”. Henri Laborit

Attualmente si assiste ad una progressiva fragilità del legame di coppia, aumentano a ritmo esponenziale separazioni e divorzi con la conseguente crescita dei “figli del divorzio”. Sempre più difficile e meno scontato appare il rimanere uniti in quanto la famiglia è attualmente aggredita su più fronti, non offre un assetto stabile, “per tutta la vita”, ma è in continua trasformazione, costretta a ridefinire velocemente gli spazi, i confini, le esigenze. Quasi impossibile è adagiarsi a lungo sull’equilibrio acquisito: la nascita di un nuovo bambino non atteso, il trasferimento per lavoro, la perdita del lavoro, un lutto, la stessa adolescenza del figlio che trova impreparati e impotenti i genitori; sono tutti fattori che impongono una continua rivisitazione dell’assetto familiare.

L’etimologia della parola panico (panikòs) deriva dal Dio greco Pan, divinità dall’aspetto orrendo e terrificante, il corpo caprino con la coda e la testa umana con le corna; tanto orribile che la madre non lo vuole neppure allattare! 

Questa immagine terrificante di Pan evoca ciò che un attacco di panico suscita quando questo sintomo  si presenta inaspettato come un fulmine a ciel sereno.

L’attacco di panico rientra nei disturbi d’ansia ed è fra i disturbi “ingiustamente” più temuti tra i giovani tra i 16 e i 35 anni. Ingiustamente perché, riuscendo a superare il disagio fisico e psicologico che esso produce, l’attacco di panico rappresenta una significativa possibilità di rivisitare il proprio vissuto per trovare nuove chiavi di interpretazione a ciò che si crede procuri sofferenza.

L’esordio, come il suo successivo ripresentarsi, è spesso repentino, improvviso, aggressivo. Raggiunge rapidamente il culmine e dura da pochi secondi fino ad un massimo di 15/20 minuti, lasciando infine il soggetto in uno stato di profonda prostrazione e spossatezza mentale. 

L’attacco di panico è generato da un’eccessiva risposta del corpo alla sensazione di paura. L’adrenalina viene prodotta in eccesso rispetto ad una normale condizione del corpo in movimento e ciò sta all’origine dell’insorgenza del sintomo che è fonte di sofferenza profonda fisica e psichica per il soggetto. 

L’etimologia della parola ansia deriva dal latino, anxia. La radice della parola rimanda all’idea del soffocamento, sensazione preponderante che la persona avverte quando si sente pervasa dallo stato ansioso.
L’ansia si presenta come risposta psicobiologica alla percezione interna di un pericolo. L’ansia è simile alla paura e può essere con questa confusa. Bisogna però sottolineare che la paura ha una matrice essenzialmente più “reale”, riferendosi ad un evento o situazione futura che il soggetto avverte come incombente (terremoto in una zona sismica in cui si è recentemente verificato). Nello stato d’ansia sono le immagini o i pensieri di un pericolo incombente, ma non necessariamente reale o già avvenuto che alimentano il disturbo. Essendo i pensieri e le immagini stesse che partoriscono il disturbo è comprensibile spingersi nell’ipotesi che, controllando tali immagini e pensieri, si possa contenere e decisamente limitare il disagio che l’ansia procura. Non è scontato ribadire che la nostra mente si attiva per processi circolari per cui lo stato d’animo, il pensiero, il comportamento e la successiva somatizzazione sono e rimangono comunque in stretta connessione per cui, agendo su uno di questi fattori anche gli altri si trasformano, creando un sistema cognitivo nuovo. L’ansia si presenta come una delle tipologie di espressione più comuni di un disagio psicologico. Molto frequentemente accade che essa esprima conflitti intrapsichici attraverso disturbi somatici, cioè sintomi fisici che rivestono una carica fortemente emotiva: mal di testa, mal di stomaco, disturbi gastrointestinali. In questi casi il malessere fisico avvertito è la diretta espressione di un disagio interiore che il soggetto non riesce ad elaborare altrimenti, perché non ne è a conoscenza coscientemente. Il sintomo in tal caso “agisce” per lui , in lui, nonostante lui! In questa specifica accezione mi sento di affermare che il sintomo d’ansia è “amico” della persona, un campanello d’allarme, un’opportunità seria per rivisitare il proprio vissuto interiore. Per crescere. Se l’ansia è contenuta entro una certa soglia (soggettiva di tollerabilità per quanto riguarda la qualità della vita) essa racchiude in sé una valenza positiva e anche vitale, ottimizza le prestazioni, generando interesse e impegno costante. La percezione dell’ansia mette in moto i sistemi di “allerta” preposti al riconoscimento di un possibile pericolo, mettendo quindi in grado la persona di valutare se evitarlo o affrontarlo nel migliore dei modi. Anche in questo caso l’ansia è “amica” perché funge da barriera protettiva assumendo una valenza significativa di funzione adattiva alla circostanza vissuta dal soggetto e che ha generato il disagio psicologico. Se però lo stato d’ansia oltrepassa una ragionevole soglia di sopportazione per il soggetto, ecco che il sintomo può verosimilmente compromettere la funzionalità del suo pensiero cognitivo. Egli coglierà in modo persistente come pericolose situazioni che invece non lo sono realmente. La differenza essenziale tra lo stato d’ansia “sotto- e sopra-soglia” consiste essenzialmente nel grado di gravità e persistenza del sintomo.