Alcune riflessioni a margine della “Lettera Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”

Stiamo attraversando un periodo di estrema  e sofisticata digitalizzazione della comunicazione, un tempo in cui prendono sempre più campo la robotica e l’intelligenza artificiale. Tanto è l’entusiasmo quanto il timore che questi nuovi strumenti possano assumere un ruolo predominante, se non esclusivo, nel settore della comunicazione e delle relazioni umane, favorendo l’introduzione di tecniche caratterizzate da un alto livello di complessità volte a potenziare la nostra capacità di conoscenza, superando i limiti del nostro sapere. Questo può considerarsi un aspetto positivo se non si dimentica che sono strumenti che non tengono conto della sfera affettiva, emozionale e relazionale di ogni tipo di contatto umano: sono mezzi preziosi che però eseguono ciò che viene loro richiesto, ma secondo una logica puramente razionale, puntando alla determinazione dell’algoritmo perfetto piuttosto che al rispetto dell’uomo considerato nel suo insieme di essere relazionale.  La tecnologia ha contribuito nel corso degli ultimi decenni ad ampliare, migliorandole, le nostre conoscenze e favorendo  uno sviluppo significativo nella nostra vita. Il dubbio nei confronti di tali tecniche nasce dal timore che ciò possa orientare verso automatismi che possono inficiare l’espressione relazionale, affettiva, emotiva dell’essere umano rendendoci più simili a robot perfetti, ma anaffettivi, fino a rischiare di diventare sempre più alessitimici, incapaci di riconoscere ed elaborare  le proprie emozioni. Adeguandoci a un modello di pensiero sempre più razionale, meccanico, preciso nelle sue definizioni e nei suoi obiettivi si può incappare nel rischio di diventare più perfetti, ma meno umani, meno solidali con il prossimo,  individui più efficienti e produttivi, ma meno persone in relazione con l’altro. Schematizzando si può sostenere che il problema si pone in questi termini: come trarre vantaggio dagli sviluppi  preziosi della tecnologia senza perdere la nostra umanità, nel senso di capacità di mettere al primo posto della nostra scala valoriale la persona nella sua imperfetta , ma meravigliosa unicità, intesa come essere in relazione autentica con sé stessa e con il mondo circostante.

Questo si può realizzare tenendo ben presente l’orientamento al vero bene comune dell’uomo a livello esistenziale, orientato verso il senso profondo del proprio esistere.

Così Leone XIV scrive nella “Magnifica Humanitas”:

 Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene…Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e sul bene comune.” (Libreria ed. Vaticana, 2026, pag. 11)

 

Non si tratta di considerare questi nuovi sviluppi tecnologici come antagonisti alle esigenze di dignità umana che ogni essere in quanto tale reclama, ma che essi siano comunque subordinati ai principi e al valore dell’essere umano nella sua complessità, di ogni essere umano, a prescindere dal suo stato e condizione, ma in quanto creatura amata da Dio con la stessa, identica dignità. Questo ci induce a riflettere su imprescindibili criteri di solidarietà e fratellanza fra gli uomini, al valore della solidarietà, alla difesa dei più deboli, alla giustizia sociale di cui la dottrina sociale della Chiesa si è sempre occupata:

“Ritengo che oggi, per custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dobbiamo tornare a riflettere sul bene comune, sulla destinazione universale dei beni, sulla sussidiarietà, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale.” Pag. 59

 

Le due icone bibliche contrapposte come obiettivi e orientamento, che Papa Leone ci ricorda sono: la costruzione della torre di Babele (Gen. 11, 1-9)  e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Ne 2-6). Compito di ogni essere umano è  quello di cercare, nel nostro quotidiano, di conciliare questi due opposti in modo da poter costruire una torre alta, ma non troppo da impedire la ricostruzione di Gerusalemme che deve rimanere la motivazione prioritaria della ricerca del bene comune dei popoli.

Per realizzare ciò Papa Leone, con acume analitico, individua un significativo rischio: oggi il potere tecnologico è prevalentemente in mano al settore privato e ciò non garantisce pienamente sulla trasparenza degli obiettivi. Non sono più gli Stati, enti pubblici a gestire i progetti, ma multinazionali private, difficilmente controllabili:

“Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori  a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.”

 

Si sottolinea quindi la profonda preoccupazione che il senso della giustizia sociale fra i popoli possa essere scavalcato da intenti di profitto e sfruttamento delle risorse della tecnologia a vantaggio dell’interesse privato di  quei pochi potenti che l’hanno realizzata.

Esiste una dignità ontologica, si legge a pagina 65, che reclama il valore intrinseco di ogni persona non per ciò che riesce a produrre, ma per ciò che rappresenta nella sua essenza umana, che non deve essere dimostrata o meritata ma:

“…appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio”. Dicastero per la Dottrina della Fede, Dich, Dignitas Infinita, 02/04/2024, 592-593

Si apre un dibattito destinato a  non trovare, a breve e neanche a medio termine, risposte esaurienti se non si parte da un punto, a mio avviso, imprescindibile: il senso dell’ esistenza di ogni uomo, il suo ruolo ultimo e la sua progettualità. Mi chiedo se sia più giusto rincorrere il profitto, il successo a ogni costo, il prevalere sull’altro perché più debole oppure se sia più opportuno, entrare in un’ottica che tenga conto non tanto dell’ ”individuo”, ma della “persona” in relazione con il mondo e  con la realtà circostante, partendo dal presupposto che il proprio benessere interiore, prima che fisico, dipende dall’essere in comunione con l’altro, inteso come prossimo. E’ una dicotomia insita in ognuno di noi, presente nelle nostre relazioni quotidiane, nel concepire l’amore per l’altro , per i figli, per il lavoro. Spesso ci poniamo in modo possessivo ed egoistico nei confronti del prossimo, come individui “egocentrati”, cioè centrati su di noi. Prevalere sull’altro per una questione di merito, intelligenza o per il proprio stato sociale è considerato normale se non lodevole, poiché semplicemente evidenzia le proprie capacità. La competizione è un principio instillato fin dall’infanzia. Essere bravi, superare gli altri nei voti, nelle competizioni agonistiche, perfino nella capacità di sedurre è considerato un valore anche se non apertamente dichiarato, che comunque viene percepito a livello subliminale in famiglia, a scuola, nel mondo del lavoro. Questo diventa un problema sociale quando si dimentica che la dignità di una persona, di un popolo, di una civiltà non si misura in base alla potenza dei suoi mezzi, ma nel riconoscerne il valore intrinseco. La sottile ambivalenza (mai riconosciuta sufficientemente) che serpeggia nei nostri pensieri fa parte del nostro bagaglio culturale e affettivo; l’importante è esserne consapevoli e correggere in tempo la tendenza a prevaricare, schiacciare chi incontriamo perché lo riteniamo diverso, quindi inferiore.

Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, riprende un pensiero di Sant’Agostino che chiarisce ciò che intendo esprimere:

“Sant’Agostino descrive la storia umana come luogo di lotta tra due amori, che hanno costruito due modi di abitare il mondo e di convivere, due “città”: da un lato l’amore di Dio e del prossimo, dall’altro l’amore unicamente di sé…anche oggi questi due amori lottano nel nostro cuore per il predominio. Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme    inizia in ciascuno di noi”. Pag. 133

Per superare questo combattimento quotidiano che si fa presente in modo esponenziale nei confronti dei continui progressi scientifico tecnologici, Leone individua 5 vie da seguire ogni giorno: per renderci maggiormente responsabili e coinvolti in prima persona:

“…disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo…passare dalla “cultura della potenza” a un’autentica “cultura del negoziato”, in cui il dialogo e le relazioni diplomatiche diventino via ordinaria per affrontare i conflitti, come auspicava Giorgio La Pira”. Pag. 202-208  

Vale veramente la pena meditare su queste preziose riflessioni del Papa  con l’auspicio che i potenti che governano e decidono ogni giorno sulla vita delle persone si rendano finalmente conto che essi non sono i padroni di questo mondo, ma soltanto ospiti  di passaggio a cui è chiesto solo di operare per il bene comune dell’umanità.