Si resta profondamente sconcertati davanti ai fatti di efferata violenza che si susseguono in questo periodo intorno a noi. 

 Pochi giorni fa un ragazzino di soli tredici anni ha aggredito in classe la sua professoressa di francese, accoltellando la donna in diretta Telegram e  apparentemente senza rimorsi, si legge per farsi grande e potente davanti ai compagni, forse per vendetta nei confronti del comportamento, solo a suo dire, ingiusto della professoressa la quale, sempre dal punto di vista del ragazzo, non lo ha considerato sufficientemente. Un modo, sembra, di rendersi visibile davanti al gruppo, nascondendo  con la forza, il suo smarrimento esistenziale. Sembra che il ragazzo sia stato bloccato da un altro suo compagno per evitare il peggio. Quella donna poteva morire. Ascoltiamo alla TV  che bande di minori per pochi soldi  assaltano negozi, aggrediscono i passanti, picchiandoli a morte. E’ di pochi giorni fa la notizia di una gattina brutalmente seviziata, attualmente in fin di vita. Non voglio  dilungarmi, facendo un elenco dei molti esempi sciagurati di questo tipo che riempiono ormai la cronaca nera dei nostri quotidiani. Ciò che  è più doloroso è scoprire che sono atti compiuti da giovani  appena adolescenti, che vagano per le città,  armati.  

Non si tratta di episodi isolati, imputabili solo all’assenza di una famiglia solida, in cui non vengono sufficientemente veicolati i valori fondanti di una civiltà sana, né alla scuola o all’educazione impartita ai giovani. Certo sono fattori rilevanti, ma sotto sotto cova un malessere oscuro di cui  è urgente rendersi conto e su cui riflettere profondamente. E’ vero che la famiglia ha perso da tempo la capacità di incidere in modo efficace nello sviluppo emotivo e culturale dei figli, soprattutto per l’assenza dei genitori che, per motivi di lavoro, sono obbligati a trascorrere la maggior parte del tempo fuori casa, permettendo ai figli di trascorrere il tempo sui social, in modo non sempre edificante. E’ anche vero che la scuola, di qualsiasi ordine e grado, è a volte incapace di attirare i giovani ad aderire a programmi stimolanti, che permettano loro di mettersi in gioco, di porsi domande a cui non possono rispondere velocemente, ma che sono essenziali per uno sviluppo armonico della loro personalità: quali sono i desideri profondi che governano il loro agire, qual è il senso profondo dei loro comportamenti ( rabbia? per che cosa? contro chi o che cosa), qual è il vuoto che non riescono a colmare se non agendo in modo impulsivo e spesso aggressivo verso gli altri? Si cercano risposte facili, mentre ogni crescita interiore si realizza grazie al dubbio e in parte all’accettazione di  non trovare risposte adeguate, ma di continuare a cercarle, con calma e rispetto di sé, sapendo attendere. Sarebbe auspicabile che i giovani potessero (prima ancora di entrare in contatto con gli altri) entrare in dialogo con sé stessi, chiedendosi se le relazioni vissute  in famiglia, a scuola, con gli amici sono significative oppure se i tanti like ricevuti sui social nascondono prevalentemente un vuoto e un senso di impotenza paralizzante. Queste considerazioni hanno il loro valore e  forse sono meritevoli di un serio approfondimento, per altro già più volte analizzato da molti studiosi esperti del settore,  ma quello che mi preme sottolineare in questo articolo è che, forse esiste un altro grave motivo di cui preoccuparsi  e davanti al quale sembra che prevalga una grave miopia.

Si vive in un clima proiettivo, per cui si tende a non mettersi in gioco e in discussione in prima persona, ma si tende a individuare il colpevole, colui su cui riversare la propria rabbia, il senso di impotenza, la paura di vivere. Questo riguarda non solo i giovani, ma anche  gli adulti stagionati come me. La dinamica inconscia preme per trovare  ad ogni costo un capro espiatorio su cui riversare le proprie problematiche che non sono chiare alla persona e di cui non c’è consapevolezza, ma che governano il suo agire. Questo meccanismo viene spesso messo in essere in ogni relazione: sono infelice perché mio marito è egoista, non studio perché gli insegnanti non sono competenti, non lavoro molto volentieri perché sono sfruttato… un paese straniero viene aggredito militarmente perché è considerato autarchico e tiranno. Quindi il soggetto non si mette in discussione: il problema è solo rappresentato dall’altro. E’ ciò che accade nei talk show televisivi, negli scontri fra varie fazioni di militanti, fra i governi stessi che non cercano il punto o i punti di contatto, per trovare un accordo per il bene comune di tutti, ma vige invece la legge del più forte, che cerca di imporre sul più debole la propria egemonia, senza riflettere che, così facendo, si può andare incontro a una distruzione reciproca totale. Un punto di non ritorno per tutti. L’altro è vissuto non come avversario da rispettare comunque, ma come il nemico da eliminare senza indugio, perché chi agisce è dalla parte del giusto, è “buono” e quindi pienamente giustificato nel suo intento distruttivo.

Tutto ciò emotivamente è molto simile a quanto spinge un ragazzino a sentirsi giustificato nel compiere gesti criminali. Le parole, la lingua attraverso cui entriamo in relazione con il mondo esterno, sono strumenti a doppio taglio: possono  favorire una crescita e  uno sviluppo interiore, ma possono anche fungere da spinta a  esprimere, inconsapevolmente, la parte più oscura e istintiva della persona. Non essendo poi solo parole campate in aria, ma preludi di fatti che poi si verificano nella realtà, è verosimile che tutti ne possiamo essere condizionati, soprattutto i giovanissimi. Limitarsi a risolvere il problema con emendamenti solo coercitivi e punitivi, infliggendo pene e condanne, esprime un concetto chiaro: io non c’entro… che il colpevole paghi, punto. D’altra parte sarebbe fuorviante un atteggiamento buonista perché questi gesti sono gravi: grida di allarme preoccupanti di problematiche da affrontare con coraggio e lealtà. Chi delinque in questo modo, specie se un minore, non è una “mela marcia”,  come da qualche parte ho letto, ma il capro espiatorio di un sistema politico e sociale disfunzionale in cui i più deboli, da diversi punti di vista, cadono. Con quale ipocrisia  ci si indigna per questi atti quando chi governa nel mondo impone una logica violenta, di sopraffazione sull’altro. I più vulnerabili (psichicamente o socialmente) possono in tal modo essere involontariamente incitati ad esprimersi con altrettanta tracotanza. Concludo con una riflessione di  Massimo Recalcati pubblicata oggi, 30 marzo 2026, sulla Repubblica: “La pedagogia dell’odio e le colpe degli adulti: se la violenza dilaga nella scuola è perché trova legittimazione nei discorsi dei grandi, dove l’altro è un nemico da annientare”.

Aggiungo che non si tratta soltanto dei discorsi dei grandi, ma delle scelte concrete, politiche, sociali di coloro che sono al potere, che spingono verso una logica di prepotenza, abuso e tirannia. Questo a prescindere da chi sia o meno nel giusto.

In nome della difesa del sacrosanto principio di democrazia si continuano a compiere abomini contro civili , bambini innocenti, si distruggono ospedali, scuole, case.

Tutto ciò è inaccettabile e porta a conseguenze tragiche. Questi atti  sono il grido di disperazione di coloro che non hanno possibilità di esprimersi altrimenti. Sta a tutti noi adulti raccogliere con coraggio e onestà intellettuale questo bisogno disperato.