Superata la soglia dei sessantacinque anni le persone sono  ufficialmente definite anziane. Accedono a vari tipi di facilitazioni a livello sociale, usufruiscono di particolari riduzioni nel pagamento delle bollette, addirittura alcuni supermercati applicano, in alcuni giorni di ogni  mese, sconti speciali per clienti over sessantacinque.

 

Eppure la maggior parte di loro sono ancora attivi sia professionalmente che a livello sociale, impegnati in servizi di volontariato o di babysitterraggio full time con i nipoti. Essi sono una vera e propria risorsa per i figli che, impegnati tutto il giorno a lavorare, hanno bisogno del supporto dei nonni e sono una risorsa anche per lo Stato  stesso, supplendo essi  in parte alla mancanza di strutture pubbliche idonee  ad accogliere i bambini prima delle otto del mattino, quando i genitori sono già a lavorare e dopo le 17, quando ancora non sono a casa.

I nonni di questo tipo (non esiste ovviamente un’unica definizione o categoria) sono consapevoli di essere utili e necessari per l’andamento armonico della famiglia, si sentono amati perché  essi amano i loro cari, offrendo il loro tempo e i loro servizi con generosità e gioia.

E’ infatti nell’amare l’altro che si riesce a esprimere noi stessi pienamente, realizzando la parte di noi più “feconda”, quella cioè che genera e riproduce amore gratuitamente, senza limiti.

Questi sono i nonni. Questa è la parte luccicante della medaglia, ma c’è purtroppo anche il rovescio di essa, che non sempre è altrettanto splendente.

E’ vero che i nonni sono capaci di amare in modo direi quasi “oblativo”,  offrendo costantemente il loro tempo a beneficio della famiglia (stirare. lavare,  fare la spesa per tutti, preparare cibo, accudire i nipotini, etc.) ma, facendo ciò, può accadere che rinuncino pesantemente a una parte di loro stessi che quindi non ha né modo né spazio per esprimersi., per venire a galla, per essere ascoltata. Non sempre questo accade, ma può capitare che in pensione (quasi per un senso di colpa,  del tutto inconscio e aggiungo ingiustificato, per aver cessato l’attività) si sentano in dovere di donare tutto il loro tempo agli altri, non ascoltando i loro bisogni.

Questo è il punto: anche i nonni hanno dei desideri, ma non ne sono consapevoli. Accolgono solo  quelli che riescono a riconoscere come “normali”,  in quanto condivisi dalla maggior parte dei loro coetanei:  l’esempio classico è  fare carte false per avere tutti a pranzo la domenica, anche se poi già alle 14 se ne vanno, lasciandoli con pile di piatti da sistemare e la casa sottosopra da rimettere. Resta un po’ di tempo, accendono la televisione, in genere presidio dei nipotini, magari leggono un libro: comunque briciole rispetto alle energie già spese. Non avrebbero forse desiderato  trascorrere quella domenica  in altro modo, se solo avessero provato ad ascoltarsi fino in fondo? Non sempre, ma a volte, sì!

Non voglio generalizzare: per tutti gli anziani  non si pone  fortunatamente questa situazione,  e non sono  sempre gli stessi  gli obiettivi e la progettualità di vita ma, insisto, solo per coloro che, giunti alla soglia della terza età, si dedicano “anima e core” esclusivamente a fare i nonni.

I punti fragili di questo modo di impostare la vita sono molti, ma ne indico i due più rilevanti:

  • Queste persone forse non hanno mai curato interessi profondi e costanti nel tempo, vivi e pulsanti. E’ un problema che riguarda il passato, tutto il corso della loro vita e non solo il periodo dopo i fatidici 65 anni. Hanno sempre corso, cercando di soddisfare i bisogni altrui. Penso all’aver trascurato  interessi artistici, al non aver mai pensato di suonare uno strumento,   essersi dedicati alla lettura,  o semplicemente a qualsiasi esperienza che abbia potuto  arricchire  il loro mondo interiore e che anche e soprattutto nella terza età è utile tenere viva.  Qualunque esperienza che permetta alla persona di conoscersi e di esprimersi interiormente. E’ questo ciò che resta nel tempo. Ho avuto modo di constatare in tanti anni di psicoterapia con i miei  pazienti che tante persone, nell’arco di tutta la  loro esistenza, non si sono fermate ad ascoltarsi  nei momenti più critici, chiedendosi ,  qual era il senso profondo della loro vita, che cosa veramente desideravano esprimere di loro stessi, quali strumenti   potrebbero ancora o avrebbero potuto utilizzare per realizzare ciò.  Forse non hanno mai avvertito lo stimolo a  sviluppare un atteggiamento introspettivo che consentisse loro di entrare in contatto con il proprio mondo interiore  favorendo un’elaborazione  profonda dei  loro bisogni, problemi, desideri. So che non è facile, perché  ciò implica un’educazione mentale costante e attenta. In tal senso chi affronta una psicoterapia seria giunge a questo obiettivo in anni di lavoro su sé stesso. Se ciò non avviene  perché non si è intrapreso un lavoro personale o con l’aiuto di un esperto, si tende ad agire e spesso in tal caso sono le dinamiche inconsce che dominano il soggetto piuttosto che l’opposto. Un esempio:  in presenza di un malessere ricorrere  alla medicina come unica soluzione, prendendosi cura di sé solo da un punto di vista clinico, per mezzo di spesso invasive indagini sul proprio corpo, dando sfogo all’inconsapevole  sadica ricerca di tutto ciò che non funziona in esso.

 

  • Quei nonni che hanno dedicato la vita ai nipoti e ai figli si trovano poi ad un punto in cui non è più necessario il loro supporto costante, perché i nipoti sono diventati autosufficienti e si gestiscono da soli. Nel frattempo questi nonni, essendo trascorsi una quindicina di anni, sono fisicamente indeboliti, hanno essi stessi bisogno di sostegno. In questo momento così critico della loro vita sono fortunati se ricevono aiuto dai loro cari (se essi hanno tempo), altrimenti si trovano a vivere una profonda sofferenza che nasce dal senso di emarginazione fisica e affettiva in cui vivono. Sono soli. 

 

Non scandalizza più nessuno essere  sempre più consapevoli che la nostra società occidentale premi sempre più tutto ciò che è efficiente e produttivo rispetto a ciò che è fragile e debole, bisognoso di sostegno.  Anziani, malati , disabili sono la parte della popolazione inattiva, improduttiva e per questo meno tutelata. Va da sé che in tale condizione il possedere o meno denaro a disposizione cambi il quadro e, con ironia che sfiora il sarcasmo, mi permetto di aggiungere che chi è benestante avrà molte più possibilità di essere attorniato da un maggior numero di persone compiacenti e gentili.

 Il problema di fondo però rimane. L’anziano, con il peso  e l’esperienza di una vita trascorsa, intuisce il valore di una tale relazione di convenienza. Resta un profondo senso di vuoto, di emarginazione, di mancanza di amore ormai incolmabile. Molti anziani, forse proprio nelle circostanze sopra descritte, chiedono di entrare in una  casa di riposo, dove trascorrere gli ultimi anni della loro vita. Per non sentirsi soli, per essere toccati da qualcuno, per condividere in silenzio con gli altri la stessa pena.

 

Invito a leggere la mia raccolta di racconti:

Con il naso tumido e gli occhi lucidi, storie di intima quotidianità, alcuni dei quali dedicati alla terza età e di cui allego adesso  “La valigia di Giovanni”. Fatemi sapere  se lo avete trovato interessante.