Questa è la storia di una giovane donna che grazie ad un uomo dal cuore grande è riuscita a cambiare la sua vita, fatta di abbandono e povertà. Saper ascoltare è il primo passo per la rinascita.

Il romanzo Chuma, clandestino controcorrente è una versione aggiornata e rivista de L’amore nei giorni del coraggio, da me scritto e pubblicato nel 2011 per i tipi di Albatros.

Ciò che mi ha spinto a ripresentare ai lettori questo mio lavoro è la ferma fiducia nei valori che ritengo siano veicolati da questa storia, nonché il desiderio sempre vivo di diffonderne il messaggio, con la speranza che questo possa essere accolto o che possa costituire per qualcuno tema di attenta riflessione. Ho quindi deciso, oltre un anno fa, di riprendere in mano il romanzo e di valutare il da farsi: ho avuto subito l’impressione che il tipo di lavoro che mi accingevo a svolgere fosse, per alcuni aspetti, perfino più complesso che scrivere un libro partendo da zero. Ho letto e riletto le mie pagine, provando le stesse sensazioni e la profonda commozione di quando, per la prima volta, raccontai la vicenda di Chuma. In tanti anni di vita e di scrittura, il mio stile era nel frattempo mutato e la creatività si era forse liberata dalle pastoie di una scrittura troppo “corretta”, talvolta scolastica: diverse parti presenti in L’amore nei giorni del coraggio sono state dunque tagliate, altre cospicue sono state aggiunte, e un nuovo titolo è stato scelto al fine di catturare meglio l’idea e il sentimento del libro, oltre alle tematiche più evidentemente trattate: problematiche sociali e umanitarie legate all’immigrazione, specie quella clandestina; il razzismo, spudorato o latente, ma quasi sempre presente; le difficoltà di relazione autentica fra un uomo di colore e una donna bianca divisi da barriere economiche e sociali; il potere dell’amore che può oltrepassare ogni limite se è sincero e profondo.

Pian Piano, rileggendo, scrivendo e riscrivendo, mi sono ritrovata immersa nello stato d’animo di Chuma, il protagonista: eravamo solo io e lui; l’una col desiderio di diffondere il suo libro, l’altro con la voglia di far conoscere a tutti la sua musica. La nostra è stata una vera relazione, un’amicizia reale. In qualche modo, il mio scrivere-riscrivere si presenta così come un atto dovuto nei confronti di me stessa e, soprattutto, di Chuma, personaggio frutto di tutte le informazioni e testimonianze raccolte nel tempo sul tema dell’immigrazione e dei clandestini.

Ma c’è anche un’altra ragione che mi ha indotto ad arricchire e riproporre il romanzo: il clima di crescente razzismo che respiriamo ogni giorno. Rispetto a quattordici anni fa, oggi un giovane africano come il protagonista del libro vive molte più difficoltà nel nostro paese, come in tutto l’Occidente. Intolleranza e pregiudizi sono cresciuti a livello esponenziale a causa della diffusa crisi economica e dei numerosi casi di cronaca nera che vedono clandestini e immigrati coinvolti in stupri, rapine, assassinii, atti di vandalismo. Persone che vivono ai margini delle grandi città, in prossimità delle stazioni ferroviarie o in scantinati fatiscenti e abbandonati. Aggressività, spaccio e tossicodipendenza riguardano però solo un’estrema minoranza degli immigrati (anche clandestini) presenti nel nostro Paese: la maggior parte di loro è formata da brava gente in cerca di una sistemazione onesta, fuggita da guerre e malattie con un bagaglio di sofferenza e disperazione indicibili. La solitudine, l’emarginazione e la miseria producono rabbia e risentimento, e sono queste le condizioni e lo stato d’animo in cui si ritrovano moltissimi uomini e donne dopo aver toccato le nostre coste ed essersi dispersi nelle nostre città. Giovani coppie belle e spensierate passeggiano davanti ai loro occhi nelle strade, persone nomali conducono una vita normale… uno scenario doloroso per chi, intanto, non avverte più il minimo spiraglio di speranza o salvezza. Mi sono spesso chiesta quanti di questi uomini e donne sarebbe realmente partiti lasciando le loro terre se avessero previsto cosa avrebbero dovuto affrontare e che tipo di vita li avrebbe attesi.

Vincent, il cui vero nome è Chuma, che nella sua lingua significa ‘ferro’, è solo sfiorato dalla tragedia: si salva grazie all’amore, al sentimento che nutre per Viola e che lei ricambia con tutta la forza, l’entusiasmo e l’incoscienza della sua età e della sua indole. L’amore ha il potere di spezzare le catene che costringerebbero questo giovane a subire un destino di sopraffazione ed emarginazione totale.

L’amore gli restituisce dignità, rispetto, gioia di vivere, ma anche consapevolezza dei suoi diritti di essere umano: innamorandosi – corrisposto – di una ragazza sua coetanea bianca, colta e bella, che lo ama per ciò che è e non per ciò che appare al mondo, Chuma riscopre sé stesso e, dopo essersi smarrito, riacquista il senso della sua presenza nel mondo.

Questo è un romanzo che si colloca tra favola, sogno e mistero, dove tutto ciò che accade riesce alla fine a rovesciare e vincere un destino infame. Lo rovescia a tal punto che Vincent riscopre la ricchezza delle sue radici e decide di tornare a vivere in Africa. Preferisce tornare nel suo paese, il Kenya, piuttosto che rimanere in Italia, luogo in cui si è perso, mettendo da parte il suo sogno di diventare un musicista famoso. Rinuncia a rincorrere il successo, sceglie di vivere con quel poco che il Centro Comboniano gli potrà offrire, aiutando i più bisognosi, spendendosi per aiutare gli altri.

Il protagonista, rispetto a tanti disgraziati fuggiti da guerre civili, è in parte un privilegiato: il Centro Comboniano gli è di supporto, ma la mentalità che lo spinge ad accettare di accontentarsi di poco è frutto di un’educazione cristiana trasmessa dai religiosi che lo hanno cresciuto. Imparare a essere ancor prima che a fare, a maturare nella propria essenza, unica e preziosa, di creatura, senza elevarsi a Dio di sé stessi; accettare di essere parte di un disegno in cui si è trattati con rispetto e non come res, cose – visti e non invisibili, importanti, unici e non anonimi. Ecco il cuore dell’educazione con cui è cresciuto, per sua fortuna, Chuma.

In quest’ottica, il messaggio che ho cercato di comunicare attraverso la descrizione del rapporto di Vincent / Chuma con la sessualità non vuole richiamarsi a un codice di valori bigotto e antiquato. Tutt’altro. Quello che il romanzo sottolinea non è che i due giovani debbano arrivare necessariamente vergini al matrimonio (cosa che per altro Viola, figlia del suo tempo, non desidera). È Vincent, in realtà, quello più libero tra i due: svincolandosi dalle pastoie del pensiero unico e del “così fan tutti”, “è normale” eccetera, coinvolge e avvolge Viola in un pensiero che dà vera importanza al corpo e a ciò che, anche attraverso il corpo, si comunica all’altro. Il corpo diventa così corpo-persona, soggetto che si dona all’altro. E l’amore, se è totale, implica un dono che resta per sempre: concezione il cui valore prescinde da come poi evolverà la relazione. Il fatto che i due consumino o meno un rapporto sessuale prima del matrimonio è dunque marginale.

Molte volte mi è capitato di osservare nel mio lavoro di psicoterapeuta quanto il sesso vissuto con superficialità, nell’ottica del consumo del proprio corpo e di quello altrui ai fini del puro piacere (che sempre più frequentemente non soddisfa né lei né lui) provochi ferite profonde, nel caso in cui la relazione si interrompa senza aver dato un senso al loro atto.

Ciò che il romanzo vuole sottolineare è che, nel momento in cui si vive, l’amore con la A maiuscola è per sempre oppure è poca cosa, e in questa prospettiva il dono di sé all’altro è totale e irreversibile.