Il 18 settembre 2026, pochi giorni fa, è accaduto un fatto gravissimo: un ragazzo italiano di 13 anni, all’interno della scuola media Giovanni Verga di Centocelle, alla periferia di Roma, ha aggredito la sua professoressa di italiano 66enne, prima con uno spray urticante spruzzato sul volto della donna e poi colpendola con un coltello. Il giovane ha cercato di spiegare in un secondo momento la motivazione: era stato respinto in due materie dalla professoressa, cosa da lui ritenuta ingiusta.

La donna è stata salvata da un compagno di classe del ragazzo che è riuscito a bloccarlo. Il giovane ha filmato nei minimi particolari la sua preparazione all’aggressione: ha indossato un elmetto da softair con smartphone incorporato e ha trasmesso le sue azioni in diretta, attraverso una videochiamata ad alcuni altri soggetti, affinché il fatto apparisse sull’web, e fosse visibile a tutti la sua audacia e il suo coraggio. Episodi simili sono avvenuti in questo periodo sia a Bergamo che a Trapani.

Sul profilo tiktok del ragazzo sono stati trovati riferimenti ad altri episodi criminali, con le stesse caratteristiche e compiuti in tutto il mondo. Sembra quasi che questi ragazzi aspiranti criminali siano attirati/spinti da un bisogno profondo di emulare ciò che vedono sull’web, dalla voglia di apparire, di essere visti e riconosciuti coraggiosi “supereroi” sui social. Questa la possibile spiegazione per cui tali adolescenti firmano le loro azioni delinquenziali, filmandosi durante l’atto, allo scopo di guadagnare tanti like, followers.

Mi sono chiesta quale possa essere la motivazione ancora più profonda che spinge queste giovani vite a macchiare così pesantemente e odiosamente i loro destini. Tante le cause, complesse le dinamiche psichiche, sociali e politiche che possono interagire, impedendo di trovarne il senso esistenziale. Molti autorevoli studiosi si sono espressi in merito, sottolineando per esempio (Crepet) l’incapacità di reggere le frustrazioni, i tanti no, i “non ti voglio più” della fidanzata, la bocciatura a scuola o solo il voto insufficiente. I genitori hanno le loro responsabilità in tale quadro desolante, perché forse non sono stati in grado di trasmettere ai loro figli che dai fallimenti, dalle delusioni si cresce ci si fortifica, e si può diventare migliori. Gli adulti, definiti solo anagraficamente tali, sono a volte incapaci di dimostrare, attraverso il loro stesso esempio e la loro testimonianza, che ciò che è importante davvero si conquista con fatica e sacrificio, che la noia non è uno stato d’animo da evitare, ma da vivere per stimolare la creatività, il gioco, la fantasia. Eppure riflettiamo per un attimo a quanti dei nostri nipoti sono spesso tormentati dalla domanda: “..e ora che si fa?” Come se avessero introiettato che esistere corrisponde a fare, apparire, dimostrare. E’ così? Quanto noi adulti siamo stati capaci e siamo tuttora capaci , attraverso il nostro comportamento, di far loro sperimentare l’importanza del fermarsi, del contemplare un paesaggio per esempio, di ascoltare ad occhi chiusi una musica e di riuscire a provare gioia in ciò, di aiutare qualcuno in seria difficoltà e sentirsi per questo gratificati interiormente. Sarebbe interessante stimolare il bambino, il preadolescente a non cercare di essere sempre il protagonista della sua vita, con un Io ipertrofico alla ricerca di trofei e di coppe ma piuttosto, anche per pochi attimi, sentirsi parte di un tutto meraviglioso in cui ognuno può trovare il suo spazio e di cui il giovane dovrebbe essere riconoscente: l’essere armonia con noi stessi , è forse più importante e vitale dell’apparire. Sono tutte considerazioni legate insieme che portano a far emergere il problema da cui sono partita, la cui radice nasce da una verità inconfessabile: la mancanza/bisogno di amore che spinge alla ricerca di questo amore che purtroppo questi poveri ragazzi, non avendone fatto profonda esperienza, identificano nell’apparire, per assurdo in gesti criminali che decretano il loro potere nel mondo in cui vivono. E’ un grido di aiuto volto all’esterno, senza che essi ne siano minimamente coscienti. Un urlo di protesta verso il mondo che non li vede, non li ascolta, non accoglie il loro dolore. Non avendo gli strumenti e non essendo in grado di elaborare i loro vissuti affettivo/emotivi esercitano una rozza forza muscolare, la sola che a loro sembra concessa per affermare che essi ci sono, esistono, hanno un valore intrinseco.

Nella misura in cui questi giovani si nutrono prevalentemente dei messaggi violenti captati navigando in rete, (di scenari apocalittici di guerre, devastazioni, violenze psichiche e fisiche concepite e realizzate da noi adulti) accade che essi si anestetizzino emotivamente, fino a considerare un atto criminale un fatto ordinario, la morte del più debole come la conseguenza del diritto del più forte. Lo ha spiegato bene Vittorino Andreoli con il termine alexitimia, sindrome che riguarda parte delle nuove generazioni, cioè la ridotta capacità di tanti giovani di riconoscere, comprendere e definire le loro emozioni.

E’ un’educazione all’amore e al rispetto di sé e dell’altro, del valore della vita che manca oggi forse più che ieri. Ci rendiamo conto di ciò ascoltando un qualsiasi talk show di politica: qualcosa di inaccettabile per come è impostato e diretto: aggressività, sopruso, offense pesanti alla persona, disprezzo dell’opinione altrui, l’indisponibilità assoluta all’ascolto dell’altro; sembra che questi programmi, che dovrebbero aiutare a capire e a conoscere la verità su temi imprescindibili come la guerra, in realtà siano strutturati solo per aumentare l’audience, stimolando la violenza verbale, la sopraffazione dell’altro ad ogni costo.

In ogni relazione, anche quella che avviene in tv quindi, la forma, cioè il modo in cui vengono espressi pensieri e concetti, è preponderante rispetto al contenuto. Vorrei portare all’attenzione del lettore un esempio tanto banale quanto ahimè reale. Supponiamo che un malcapitato ragazzino sia all’ascolto di una trasmissione del genere: egli comprenderà una cosa solamente: nella vita è importante vincere senza se e senza ma e i “muscoli” (in tal caso la voce becera, urlante) e non la riflessione pacata e intelligente sono determinanti per vincere. Vincere comunque, traslato in quest’ultimo contesto diventa: vincere le elezioni facendo la voce grossa per portare a sé i potenziali elettori. Questo obiettivo è di gran lunga più importante che cercare un punto di ascolto ed eventualmente di incontro con l’altro, avversario da rispettare e non nemico da sopraffare. Questo tipo di comunicazione distruttiva lede pesantemente la persona, mentre dovrebbe limitarsi a confrontarsi pacatamente sui contenuti. “Critico cosa dici e non chi sei”: questo non avviene e l’attacco è rivolto sempre al valore della persona. Le parole feriscono più di un coltello con una lama di 20 centimetri! E’ un semplice esempio banale, ma tangibile, di quanto noi adulti siamo a volte pessimi educatori dei nostri figli. Questo perché siamo anche noi spesso “analfabeti emotivi”, come sottolineava un esimio mio collega, Daniel Goleman nel suo bellissimo testo, “L’intelligenza emotiva”.

Come un cieco può guidare un altro cieco?

La piaga sociale della violenza e della sopraffazione che sta rischiando di distruggere l’equilibrio psichico dei nostri giovani (e non solo dei giovani), la loro fiducia e la speranza in un futuro appagante e motivante è un monito che ci spinge a fermarci, ripensando a come noi ci poniamo nel mondo in cui viviamo. Siamo tutti chiamati a interrogarci sul senso della nostra esistenza: è più teso all’essere o all’apparire? L’uno tende a soffocare l’altro. Trovare il giusto equilibrio e un’armonica convivenza fra queste 2 motivazioni così lontane è molto impegnativo anche se necessario per crescere come persone in relazione al mondo. “Essere” implica sentirsi non padroni, ma creature di un tutto che non ci appartiene, di cui però possiamo assaporarne la bellezza e la grandiosità. Da questa consapevolezza, senza rinunciare ai propri diritti e alle proprie convinzioni, dovrebbe nascere riconoscenza, per il valore della vita, in ogni sua forma, umana e animale, educazione e gentilezza verso sé e verso gli altri. Apparire ad ogni costo significa mettere il proprio ego al primo posto, sempre e comunque e per questo sopraffare l’altro tutte le volte che ciò sia ritenuto necessario quando ci sentiamo messi in discussione.  

La responsabilità educativa di noi adulti davanti a questi fatti di sangue e di estrema sofferenza ci richiama all’onere di farsi carico di quanto sta accadendo. Non si può limitarsi a dire “io non c’entro”, a un atteggiamento proiettivo mirato solo all’individuazione del colpevole, considerato la mela marcia da togliere dal cesto. Non funziona più così perché la richiesta di verità, è impellente ora da parte di tutti. Bisogna cercare, definire e poi declinare le cause profonde e da lì ripartire; tutti siamo coinvolti e ognuno può assumere un ruolo essenziale: in famiglia, nella scuola, soprattutto in politica. Gran parte dei giovani che delinquono, senza averne consapevolezza, sono poveri capri espiatori (campanelli d’allarme) di un sistema sociale per molti aspetti disfunzionale che non si occupa sufficientemente delle persone, soprattutto dei più deboli, ma di individui indirizzati a produrre e fondamentalmente a non essere di intralcio al sistema.

Pena l’emarginazione sociale.